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Fondo Espero, alcuni chiarimenti per difendere le nostre liquidazioni e rilanciare la battaglia sulle pensioni.

LIQUIDAZIONE

VOLETE PROPRIO RINUNCIARVI?

La finanziaria 2007 ha anticipato l’attivazione a regime del Fondo Espero: a partire da gennaio 2007 fino al mese di giugno 2007,  tutti dovremo decidere che cosa fare dei soldi accumulati in una vita di lavoro e sacrifici: lasciarli incustoditi nel fondo Espero? La Fis-Cab ribadisce il suo NO e ne spiega ancora una volta le ragioni e i grandi interessi che si muovono attorno all’affare (non certamente per i lavoratori) del secolo tanto da creare un monopolio concertativo di gestione in cui i grandi assenti sono proprio i lavoratori. La necessaria battaglia sindacale per il recupero di una pensione pubblica dignitosa, calcolata con il sistema retributivo.

- di  Vincenzo SERVEDIO,  Segretario Nazionale Generale -

“Meglio l’uovo oggi o la gallina domani? E che gallina sarà, grassottella o spennacchiata? Si chiede Guido Fontanelli in un articolo apparso su PANORAMA del 28 luglio 2006, a proposito della scelta che i lavoratori saranno chiamati a a decidere se mantenere  l’attuale sistema  della liquidazione o se passare ai fondi pensione. “Una scelta, prosegue Fontanelli, che non solo manderebbe in soffitta uno strumento familiare e rassicurante, grazie al quale intere generazioni si sono comprate la prima o la seconda casetta, ma che smuove anche parecchi miliardi di euro (il neretto è dello scrivente).”

L’intesa sindacati  cosiddetti ‘rappresentativi’-Governo è raggiunto: dal primo gennaio ed entro giungo i lavoratori dovranno esprimere la propria volontà se continuare ad accumulare quasi il 7% della retribuzione lorda per costituirsi la storica conquista  della liquidazione, oppure se dirottare tali soldi ai fondi pensionistici che, nel caso della scuola, prende l’esotico nome di “ESPERO”.

Se si dice SI si fa decollare la pensione complementare, rinunciando alla battaglia sulle pensioni e avvallando le numerose falsità messe in circolazione dai ‘concertativi’ sul cattivo  stato di salute irreversibile  di INPS e INPDAP e non si potrà più ritornare indietro alla storica liquidazione; se il lavoratore dice NO non cambia nulla e in seguito , se ci ripensa perché le condizioni sono diventate più favorevoli, potrà aderire al fondo. Se, invece il dipendente non esprime alcuna volontà, Confederali e Governo hanno escogitato un sistema che nulla ha di democratico: il silenzio-assenso; il suo silenzio, cioè, verrà interpretato come una condivisione  e i suoi risparmi verranno ingoiati dal pozzo “Espero”.

CHE COS’E’ IL TFR?

Quella che nel linguaggio comune chiamiamo  LIQUIDAZIONE   per gli  addetti ai lavori è “TRATTAMENTO DI FINE RAPPORTO” ed è una risorsa economica, un capitale che il lavoratore ottiene  quando si dimette. Non un regalo dell’azienda, bensì il frutto del proprio risparmio nel corso della sua vita lavorativa: il lavoratore rinuncia ogni anno al 7% circa della propria retribuzione lorda ed accantonati. Quando ci si dimette tale accantonamento è restituito con una rivalutazione pari al 75% dell’inflazione annua più l’1,5%.

Esempio:  ipotesi di una inflazione al 2%.  Il 75% di 2 è  1,5; sommando l’ulteriore1,5  si ottiene il tasso di rivalutazione della liquidazione: 3 (1,5+1,5) a cui vanno detratte le tasse. E’ un sistema piuttosto sicuro che garantisce i lavoratori da crack e speculazioni.

FONDO ESPERO, QUANTI VI HANNO ADERITO A TUTT’OGGI?

AL FONDO Espero, il primo fondo pensionistico pubblico attivato, per quel che si è potuto apprendere, ha raccolto dopo  due anni di martellante propaganda di regime, appena la quota minima per decollare, 30.000 adesioni su oltre un milione di addetti: A conti fatti non si sono iscritti neppure gli stessi sindacalisti distaccati dei confederali, Snals, Gilda e Anp.  Praticamente inascoltati il migliaio di attivisti sindacali sguinzagliati per le scuole a caccia di polli da spennare utilizzando ore supplementari di Assemblee retribuite e le disinformazioni apparse sul cedolino paga  di ogni lavoratore, quasi fosse un obbligo iscriversi. Mi è capitato anche di ascoltare un dirigente Miur che nel corso del conferimento delle nomine nei ruoli ai pochi fortunati,  abbia rivolto pressanti inviti  a sottoscrivere la propria adesione al fondo Espero.

Perché tale clamorosa, bocciatura? I Colleghi si sono semplicemente chiesti : perché SACRIFICARE IL PROPRIO TFR (Trattamento di fine rapporto) o TFS (trattamento di fine servizio per i dipendenti pubblici assunti entro il 31.12.2000) per una pensione integrativa di cui nessuno può stabilire l’entità, che dipende dall’andamento degli investimenti su mercati finanziari, il cui andamento è del tutto imprevedibile? Perché rinunciare definitivamente  alla battaglia per una pensione pubblica dignitosa, calcolata secondo il sistema retributivo in vigore prima della riforma Amato e Dini?

SMASCHERARE LE STUPIDAGGINI SULLO SFASCIO IRREVERSIBILE DELLA PREVIDENZA PUBBLICA

L’argomento strutturale, usato da governo e sindacati confederali e autonomi per convincere lavoratori e lavoratrici ad optare per i fondi pensione finanziandoli con le proprie liquidazioni e quindi rinunziando ad esse, è il seguente: la vita media si è allungata, il costo delle prestazioni pensionistiche per gli enti previdenziali pubblici (INPS, INPDAP,…) si è fatto insostenibile, i contributi versati non riescono a far fronte alla crescita del numero dei pensionati che hanno preso la maledetta abitudine di vivere molto più a lungo che in passato e stanno per superare quantitativamente i lavoratori in attività; i deficit di INPS ed INPDAP sono incolmabili e tra alcuni anni si rischia di non poter più pagare le pensioni; perciò bisogna accontentarsi di pensioni pubbliche molto più basse di quelle attuali e, per garantirsi una vecchiaia dignitosa, occorre costruirsi un’altra pensione , finanziata con le proprie liquidazioni.

In realtà non è poi così vero che INPS ed INPDAP siano in deficit, perché, se andiamo a leggere gli ultimi dati disponibili forniti dai diretti interessati, scopriamo che nel 2001 l’INPS ha chiuso con un avanzo economico netto di 2645 miliardi di lire; l’INPDAP nel 2003 ha realizzato un avanzo di copertura di 5,24 miliardi di euro.

La situazione, anche per i  ripianamenti con interventi delle varie finanziarie, non è per nulla così drammatica.

E soprattutto sottolineiamo che sono a carico dell’INPS tutta una serie di spese per prestazioni (cassintegrazione, sussidi di disoccupazione, integrazione ai minimi pensionistici, pagamento degli LSU, versamento dei TFR in caso di fallimenti aziendali,..) che sono assistenziali, svolgono la funzione di ammortizzatori sociali e dovrebbero rientrare nella fiscalità generale.

D’altra parte la stessa legge, la n. 88 del 1989, che prevede la separazione tra previdenza ed assistenza, è rimasta inapplicata fino alla Finanziaria ’98, che ha sollevato l’INPS esclusivamente dall’onere finanziario della gestione previdenziale per coltivatori diretti e mezzadri.

L’evasione contributiva (si parla di circa 20 miliardi di euro), poi,  messa in pratica dalle aziende contribuisce a far vacillare i conti degli enti previdenziali.                                     

Da anni denunciamo l’inderogabile esigenza sociale si una netta separazione tra assistenza e previdenza, recupero dell’evasione contributiva, cancellazione di qualsiasi forma di decontribuzione: questi devono essere i capisaldi alla base della nostra battaglia per la difesa e il risanamento degli enti previdenziali pubblici.

Il tentativo di generalizzare la diffusione delle pensioni complementari private –sempre meno integrative e sempre più sostitutive di quelle pubbliche-  sottrae linfa vitale e tende a mettere in crisi il sistema previdenziale pubblico.

LA FILOSOFIA DEI FONDI PENSIONE

I fondi pensione rastrellano denaro da trasformare in capitale finanziario; sono figli della finanziarizzazione crescente dell’economia, dell’aumento dei capitali speculativi, del processo di concentrazione del capitale.

Lo sviluppo dei fondi pensione è legato all’affermarsi della tendenza neoliberista mirante alla riduzione della funzione del ruolo dello Stato nell’economia, al ridimensionamento di ciò che è pubblico, alla privatizzazione dello stato sociale.

Si predica lo sviluppo di un presunto capitalismo di massa, in cui l’individuo conta non per la sua identità lavorativa maturata collettivamente, ma per le sue capacità competitive nel risparmio e nelle operazioni borsistiche.

In tale contesto i sindacati ci dicono che con la riforma Dini e l’introduzione, nel calcolo della pensione, del contributivo (totale per i nuovi assunti dal 1/1/’96, parziale per quelli che al 31/12/’95 avevano meno di 18 anni di contributi), le pensioni del futuro, quindi soprattutto quelle dei neoassunti, saranno pari al 40/50% di quelle attuali (ancora più catastrofico il futuro degli ex co.co.co., attuali lavoratori a progetto; i neoassunti arriveranno, dopo 40 anni di lavoro, ad una pensione equivalente al 30% del salario).

CGIL-CISL-UIL dicono la verità, solo che dimenticano di dire che la riforma Dini fu da loro sostenuta e appoggiata come il male minore che poteva salvare il sistema pensionistico

I fondi pensione costituiscono il cuore pulsante dei mercati finanziari internazionali, negli USA gestiscono oltre 3.000 miliardi di dollari, che rappresentano circa un quarto del totale delle attività finanziarie. Tutti , però , dimenticano di sottolineare che negli Stati Uniti il reato di “bancarotta fraudolenta” comporta oltre vent’anni di carcere, in italia, invece …… o al massimo l’affido per qualche tempo ai servizi sociali.

In realtà è palese  una sorta di nuovo conflitto d’interesse che attanaglia i sindacati concertativi; infatti che interesse avrebbero a difendere le pensioni pubbliche, mentre sono intenti a sponsorizzare e a far lievitare l’adesione ai fondi chiusi? E a sedere nei potenti Consigli di Amministrazione che movimenteranno una massa enorme di denaro e potere?

Anche un bambino comprende come, precipitando le sorti della previdenza pubblica, salirebbero le quotazioni della previdenza privata e dei fondi pensione (aperti o negoziali che siano).

I lavoratori che imboccano la strada dei fondi pensione non solo rischiano di andare incontro a profonde delusioni che potrebbero persino compromettere la speranza di una vecchiaia dignitosa, ma addirittura vivrebbero in una dimensione scissa, schizofrenica; infatti è forse paradossale, ma probabilmente molto realistico, ipotizzare una situazione in cui lo stesso individuo è portato in quanto lavoratore a battersi per la difesa del posto di lavoro, suo e dei propri colleghi, in quanto risparmiatore invece deve tifare per un congruo numero di licenziamenti (purchè non capiti a lui), perché molto spesso questa è una condizione ottimale per aver successo in borsa.

In tal modo il lavoratore non è più portatore di diritti che difende collettivamente, ma un individuo atomizzato in feroce competizione con gli altri per l’affermazione del suo egoistico interesse; il sindacato si trasforma invece in un comitato finanziario d’affari che gestisce i soldi dei lavoratori.

Né infine va sottaciuto che i versamenti finanziari da parte dei padroni privati e delle amministrazioni pubbliche per foraggiare i fondi pensione chiusi non sono graziosi regali elargiti generosamente ai lavoratori, bensì sono stanziamenti sottratti agli aumenti salariali contrattuali, alla spesa sociale e alle pensioni pubbliche per tutti i lavoratori e la collettività.

LA SUBDOLA MANOVRA  DEL SILENZIO/ASSENSO

Il subdolo strumento utilizzato per far saltare resistenze, perplessità e la, seppur non ancora pienamente esplicitata, opposizione dei lavoratori, è quello del silenzio/assenso nel trasferimento del TFR dei lavoratori ai fondi pensione.

Chiunque conprenderebbe la portata dell’inganno; si gioca sulla disinformazione, sulla distrazione, sulla superficialità di tanti, per trasferire comodamente milioni di liquidazioni nei fondi pensione.

In tal modo CGIL-CISL-UIL entrano direttamente in concorrenza con finanziarie, assicurazioni, banche, per cercare di convogliare il TFR,  che costituisce parte del salario differito dei lavoratori, all’interno dei fondi di categoria chiusi (da loro cogestiti con la parte datoriale), piuttosto che in quelli aperti.

CGIL-CISL-UIL e compagnia non si pongono minimamente il problema dell’antidemocraticità dell’attuale formulazione del silenzio/assenso, sostengono che tale meccanismo è perfettamente legittimo e garantisce ampiamente la facoltà di scelta dei lavoratori.

Noi non possiamo assistere passivamente allo scippo delle nostre liquidazioni, per cui dobbiamo far di tutto per far saltare questa formulazione truffaldina del meccanismo del silenzio/assenso.

LA PECULIARITÀ DELLA SCUOLA

Nel Pubblico Impiego i fondi pensione sono ancora assenti, se si eccettua la recente costituzione nel settore scuola  di Espero.

Le liquidazioni dei lavoratori sono però calcolate in maniera diversa e con altri strumenti.

I dipendenti pubblici a tempo indeterminato assunti prima del 31/12/2000 sono a regime TFS (Trattamento di Fine Servizio), quelli a tempo determinato assunti a partire dal 30/5/2000 e quelli a tempo indeterminato assunti dopo il 31/12/2000 sono invece già adesso a regime TFR.

Si sono sviluppate a partire dal ’95 una contrattazione ed una legislazione di sostegno finalizzate ad armonizzare le regole fra settore pubblico e privato e a creare le condizioni ottimali per la costituzione e lo sviluppo dei fondi pensione.

La Legge 335/’95, la L. 449/’97, la L. 448/’98, l’Accordo Quadro Nazionale tra Aran e CGIL-CISL–UIL del luglio ’99, il DPCM del 20 dicembre ‘99 costituiscono alcune tra le principali fonti normative e pattizie che hanno istituito il TFR per i nuovi assunti e consentono la possibilità di trasformare il TFS in TFR solo se però contestualmente si aderisce ad un fondo pensione. Il termine per quest’ultima opzione è stato via via spostato contrattualmente.

Per i dipendenti pubblici il TFS equivale ai 13/12 dell’80% dell’ultimo stipendio lordo , vale a dire l’86,66% dell’ultimo stipendio moltiplicato per gli anni di servizio (non solo quelli effettivamente prestati, ma anche quelli riscattati).

ll TFS non è salario differito (come il TFR), bensì salario previdenziale istituito per legge, gode di un trattamento fiscale più favorevole (solo il 40% del TFS è tassato) rispetto a quello applicato al TFR.

Ora non è il caso di innescare una querelle infinita, tendente a dimostrare che il TFS sia economicamente  più conveniente del TFR, perché molto dipende dal trend dell’inflazione, nonché dalla dinamica degli aumenti salariali.

Ma per tutti i dipendenti a regime TFS conviene mantenere tale forma di liquidazione, perché, qualora oggi optino per il TFR, automaticamente si troverebbero in un fondo pensione (infatti non è possibile scegliere il TFR senza aderire ad un fondo pensione).

Diverso è il caso dei neoassunti, che oggi già sono a regime TFR; essi a tuttora non sono vincolati ai fondi pensione, almeno finchè non scatterà il meccanismo del silenzio/assenso.

Per i “neoassunti” (a partire dal 30/5/2000 quelli a tempo determinato, dopo il 31/12/2000 quelli a tempo indeterminato) che scelgono di aderire ai fondi pensione, automaticamente tutto il TFR maturando (il famoso 6,91% dello stipendio) più l’1% dello stipendio, più l’1% versato dall’amministrazione di appartenenza confluiscono nel fondo di riferimento; in più l’amministrazione pubblica aggiunge un versamento/bonus dell’1% per un anno se l’adesione avviene entro il primo anno di operatività del fondo, o dello 0,5% sempre per un anno se l’adesione avviene entro il secondo anno di vita.

Per gli assunti a tempo indeterminato entro il 31/12/2000 che scelgono la previdenza complementare, la quota che confluisce nei fondi pensione è costituita da un versamento dell’1% dello stipendio, a cui si somma il versamento di eguale entità dell’amministrazione di appartenenza, a cui vanno aggiunti il 2% dello stipendio trattenuto dalla quota del TFR maturando e l’1,5% trattenuto dal TFS precedentemente maturato, infine c’è da addizionare l’1% o lo 0,5% elargito per un anno dall’amministrazione se l’adesione ai fondi avviene entro il primo o il secondo anno di vita della loro operatività. Le quote da prelevare sul TFR e versare ai fondi potrebbero variare in seguito a sopravvenuti accordi in sede contrattuale.

Al momento attuale non è ancora del tutto chiaro se, all’atto dell’eventuale entrata in vigore del meccanismo del silenzio/assenso, tutto il TFR maturando dei vecchi assunti passerà ai fondi pensione.

Devono ancora sciogliersi alcuni problemi di carattere giuridico per armonizzare la disciplina del trasferimento del TFR ai fondi già nei fatti definita per il settore privato con quella del settore pubblico.

Se si applicasse subito la stessa regola del silenzio/assenso del settore privato al settore pubblico ed in particolare ai dipendenti in regime TFS, cosa ne sarebbe del TFS? Un conto è dire da oggi che chi non dichiara nulla vede il suo TFR trasferirsi al fondo pensione; ma chi invece ha il TFS e non dichiara nulla, come fa il TFS a trasformarsi in TFR?

LE NOSTRE INDICAZIONI NON POSSONO CHE ESSERE SEMPLICI E CHIARE: PER CHI È IN REGIME TFS MANTENERSELO STRETTO ALTRIMENTI SI VA A FINIRE DRITTI NEI FONDI PENSIONE; ANCHE PER CHI È IN REGIME TFR –QUEI NEOASSUNTI VERSO CUI PIÙ MARTELLANTE È LA CAMPAGNA DELLA PREVIDENZA COMPLEMENTARE- NON OPTARE PER I FONDI, NON FARSI INFINOCCHIARE DALLE MIRABOLANTI PROMESSE DI UN’ALTRA PENSIONE CHE SOSTITUISCE LA PARTE AMPUTATA A QUELLA PUBBLICA; perché nulla è certo, anzi no, l’unica cosa certa è che si ritroveranno con una pensione pubblica miserabile e senza TFR; in quanto poi alla pensione integrativa è stato calcolato che, se non viene inghiottita in qualche speculazione finanziaria perdente, per arrivare a 900 euro mensili, occorre, a inflazione ferma, versare qualcosa come 5.000 euro all’anno e con gli stipendi e i salari attuali per i più giovani è come chieder loro la luna.

Vanno quindi denunciate le falsità per cui questi sono stati ideati soprattutto come uno strumento di tutela previdenziale per i giovani, i neoassunti i precari dipendenti dalle aziende private e dai comparti pubblici.

Per Espero valgono più o meno le stesse regole dei fondi del settore privato: l’adesione è libera, come è libera la recessione… ma prima di cinque anni d’iscrizione non puoi recedere; dopo otto anni di iscrizione puoi chiedere l’anticipo di una parte di quanto maturato per sostenere spese importanti (acquisto prima casa, particolari cure mediche,…) debitamente documentate; la quota di adesione (una tantum) è di € 2,58; la quota associativa è fissata annualmente dal consiglio di amministrazione e (bontà loro) non può superare lo 0,12% della retribuzione annua.

Nella scuola dobbiamo cominciare ad organizzare la lotta per riappropriarci di diritti scippati, i l diritto ad una dignitosa e certa  pensione e ad una serena vecchiaia.

FAR SALTARE LA TRUFFA POLITICA DEL SILENZIO/ASSENSO
E RIAPRIRE LA VERTENZA PENSIONI

Non facciamoci scippare  il TFR/TFS!!!!

Deve apparire chiaro che l’operazione fondi pensione e il suo veicolo portante del silenzio/assenso mirano alla definitiva distruzione della previdenza pubblica e all’abbattimento di un sistema universalistico del welfare.

Per difendere oggi, democratizzare e riqualificare socialmente in futuro il sistema pensionistico pubblico occorre sconfiggere, con la mobilitazione la più capillare possibile, i fondi pensione. Solo boicottandoli, mostrando la loro insensatezza, insicurezza e inaffidabilità, la mancanza di convenienza economica, denunciando i processi di desolidarizzazione individualistica e qualunquistica e di cancellazione della propria identità che rischiano di innescare tra i lavoratori, si potrà creare nel Paese un’inversione di tendenza che faccia avvertire a livello generale la necessità di ritornare a puntare e a investire sulla previdenza pubblica.

Dobbiamo mobilitarci per imporre ai poteri forti e consociativiil ritiro o quatomeno la riformulazione  del  meccanismo del silenzio/assenso (se voglio cedere il mio TFR al fondo pensione, lo devo esplicitare direttamente attraverso una apposita dichiarazione).

questa mobilitazione contro il silenzio/assenso è fine a se stessa (e comunque se la spuntassimo, sarebbe proprio una gran bella vittoria), ma ci può consentire di riaprire il discorso generale sulla controriforma pensionistica.

 La rapina di liquidazioni e pensioni non è inevitabile, anche se la nuova compagine governativa, forse per non dispiacere agli interessi dei confederali,  non dà segni rassicuranti in tal senso.

Possiamo e dobbiamo, tuttavia,  riaprire la partita nella chiarezza degli obiettivi da perseguire.

Dobbiamo ribadire il nostro NO a qualsiasi aumento dell’età pensionabile e ai 40 anni di contribuzione per andare in pensione (35 anni di contributi sono già troppi); così come anche le finestre per accedere alla pensione devono rimanere.

Urge rivendicare il riallineamento automatico delle pensioni alla dinamica degli aumenti salariali, per ribadire che la pensione non è pura elemosina assistenziale per garantire la sussistenza, ma strumento per tutelare il tenore di vita dei/delle lavoratori/trici.

Nel contempo dobbiamo tendere a scardinare la controriforma Dini, che è il vero architrave su cui si regge la demolizione della previdenza pubblica; per cui va chiesto con forza il ripristino del sistema retributivo che è l’unica garanzia per una pensione dignitosa e che, insieme al mantenimento e rafforzamento del sistema a ripartizione, costituisce un importante collante solidaristico tra i lavoratori vecchi e giovani.

Gli eventuali deficit degli enti previdenziali vanno abbattuti con la separazione tra previdenza e assistenza; recuperando l’ingente evasione contributiva; cancellando tutte le forme di decontribuzione che ormai stanno divenendo la norma nei nuovi contratti di assunzione o di trattenimento al lavoro per chi già dovrebbe essere in pensione.

Bisogna lottare per incrementare l’occupazione a tempo indeterminato che attualmente è molto al di sotto della media europea, che porterà nuova linfa contributiva agli enti previdenziali.

INVESTIRE NEI FONDI PENSIONE SIGNIFICA SOTTRARRE RISORSE ALLA PREVIDENZA PUBBLICA, NEGARE L’UNIVERSLITA’ DEL DIRITTO AD UNA PENSIONE PUBBLICA DIGNITOSA DOPO UNA VITA DI SACRIFICI, CONCELLARE OGNI PRINCIPIO PREVIDENZIALE SOLIDARISTICO, DIFFONDERE L’EGOISMO E LA COMPETITIVITA’ TRA I LAVORATORI. INACCETTABILE!!!

COSTRUIAMO UN MOVIMENTO DI MASSA INTECLASSISTA, DOCENTI-ATA-DIRIGENTI, PER LA DIFESA DEL TFR/TFS, CONTRO LA TRUFFA POLITICA DEL SILENZIO-ASSENSO E RIAPRIRE LA VERTENZA SULLA PENSIONE PUBBLICA.

 VINCENZO SERVEDIO

( Segretario Nazionale Generale)

 

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Copyright © 2006 FIS-CAB Federazione Istruzione Scuola & IRFOS
A cura di Antonio Conte - http://www.coordina.it Ultimo aggiornamento: 06-01-09